|
L’arrivo del CD a metà degli anni 80, e la successiva ondata di sistemi digitali che ha segnato l’ultimo quarto di secolo dell’audio (di qualità e non), un merito di sicuro lo ha avuto: ha fatto quasi scomparire le legioni di auto-costruttori convinti di possedere la soluzione definitiva al buon ascolto.
Premetto: non ho nulla contro chi, da dilettante o in maniera semi-professionale, si cimenta con la progettazione e la costruzione di prototipi di macchine da musica. Anzi, quando avevo venti anni lo “stereo” era la frontiera tecnologica con cui quasi tutti i giovani si confrontavano. Ed è la ragione per cui, oggi, il nucleo duro degli audiofili ha un tratto fisico comune: i capelli bianchi (per chi ancora li ha). Ma ho sempre detestato la retorica apodittica del “l’ho fatto io, dunque è il miglior oggetto del mondo”.
Uno dei meriti (tra gli altri) della rivoluzione digitale degli anni ’80 è stato aver fatto degli auto costruttori autoreferenziali gli epigoni contemporanei dell’ultimo dei Mohicani. Nessuno ci presta più davvero attenzione.
La nuova rivoluzione della musica riprodotta, quella portata dalla Rete, che postula la scomparsa del supporto fisico, rischia di far rinascere sotto altre spoglie l’auto-costruttore sotto le mentite spoglie dell’assemblatore. Abbiamo milioni di assemblatori dilettanti che negli anni hanno realizzato miliardi di computer, ognuno dei quali era naturalmente il migliore. Oggi che la musica riprodotta è sempre più una delle tante applicazioni dell’informatica, l’auto-costruttore d’antan è in cerca della rivincita per mano dei figli o dei nipoti. Ci sarebbe da sperare che questi potenziali audio-assemblatori stiano piuttosto incollati ai loro iPod e non pretendano di far sentire al mondo la loro creazione definitiva. |